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Storia
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I PRIMI ABITATORI  DEL TERRITORIO VERNATESE

La  presenza  di popolazioni preistoriche lungo la riva  orientale del   Ticino  è  attestata  dai  ritrovamenti archeologici  della Scamozzina  di  Albairate,  località in cui si  sono  trovate   tracce  di popolazioni della fine dell'età del bronzo, le quali probabilmente circa  un  millennio prima di Cristo scesero dal nord seguendo  il corso  del  fiume e si fermarono nella campagna che oggi  circonda Albairate.

I  ritrovamenti  di superficie, effettuati su un  ampia  area   che sborda  nel territorio vernatese, mostrano frammenti di  manufatti appartenenti   alla  cultura  di  Carnegrate  e   strumenti   d'uso quotidiano  in  selce, ottenuti con la  tecnica  della   pressione bipolare  e quindi ritoccati in modo da far assumere alla scheggia la forma  desiderata, come il grattoio con  margine  a  forma   di semicerchio che veniva usato per la lavorazione delle  pelli,e  le piccole lame affilatissime, oltre a molti blocchetti di selce  dai quali venivano scheggiati i manufatti.

Le parti di manufatti raccolte nella primavera del 1992 ad ovest e a nord dell'area di S. Maria in Campo, inducono a ritenere che nella zona sud orientale del territorio comunale di Binasco sia esistito un antichissimo villaggio, la cui perimetrazione è stata messa in evidenza dall'esame approfondito di fotografie aeree attraverso la visualizzazione delle variazioni dell'intensità della vegetazione, al confine tra il territorio vernatese   e quello   binaschino,   nei  pressi  del   ponte che  oltrepassa l'autostrada dei fiori.

L'insediamento celtico nel territorio vernatese e la successiva penetrazione romana è documentata dai ritrovamenti archeologici del 1951-52 e dai recenti rinvenimenti di superficie avvenuti nella zona sud-occidentale del territorio di Binasco.

Uno degli effetti della romanizzazione, che lasciò tracce profonde nel territorio di Vernate ancora oggi rilevabili, fu la centuriazione.

L'ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE PLEBANA


Si deve a San Mona, vescovo milanese (192-250) il provvedimento di inviare sacerdoti per i soccorsi spirituali dei primi cristiani che iniziavano a riunirsi nei luoghi più popolosi della vastissima regione compresa tra i laghi Maggiore  e di Como e tra i fiumi Adda, Ticino e Po. Nel 1398 le cappelle fornite di rendita della pieve di Casorate erano le seguenti:
    San Donato di Gaggiano,dotata di rendita reale
    Santa Caterina di Coazzano
    San Cassiano di Motta
    Sant'Eustorgio di Cavag.
    Sant'Alessandro di Besate
    San Michele di Besate
    Sant'Antonio di Casorate
    San Damiano di Pasturago

I LONGOBARDI NEL VERNATESE

Le schiere longobarde nella seconda metà del VI secolo conquistarono il nostro territorio.
Lo stanziamento di famiglie longobarde nel territorio vernatese ha lasciato alcune tracce nei nomi di persona che compaiono in documenti dell'XI e del XII secolo.

La conferma della presenza longobarda nel territorio di Vernate viene anche dall'onomastica del ceppo familiare di appartenenza di coloro che figurano in molti atti privati.

Giselperto II, conte palatino, ebbe in feudo Fara, Basiano, Fallavechia, Faruciola, Coronate, Besate, Vernate, Casorate, Nasaria, Staffora.

PAESAGGIO RURALE E ORGANIZZAZIONE SOCIALE NEL MEDIOEVO

Scrivono gli storici che, nell'XI secolo, il paesaggio della regione padana era una landa semiprimitiva e sterminata, "interrotta, mai seriamente contrastata, dagli insediamenti umani", tanto che, avventurarsi nelle aree paludose incolte "significava esporsi a pericoli di ogni genere".

Rispetto a tale quadro ambientale il territorio di Vernate era favorito dalle antiche opere di sistemazione idrica e di bonifica.

I documenti mostrano che nell’ XI secolo colto ed incolto erano due realtà compresenti, anche se la prima era ormai prevalente.

Oltre che da boschi l'incolto era costituito da zone paludose e ghiaiose, da pascoli e da risorgive che dovevano dare un aspetto oggi inimmaginabile al territorio di Vernate; tale ambiente naturale è ancora quasi intatto era una vera e propria ricchezza per quella economia silvo-pastorale,

significando caccia, pesca, raccolta di frutti spontanei, pascolo per le bestie e garantendo un'alimentazione ricca di carne e pesce, oltre che della farina ricavata dalle castagne; una ricchezza gelosamente custodita e sapientemente sfruttata con il regime collettivo delle comunaglie.

La vasta landa boscosa, che copriva ininterrottamente una parte del territorio di Vernate, sopravvisse fino al periodo Visconteo-Sforzesco.

Durante il Medioevo, i confini dei boschi furono punteggiati da piccoli insediamenti detti LOCA (luoghi) e da boschetti, ciascuno designato con un appellativo, segno di una continua frequentazione e di uno sfruttamento sempre più accentuato della selva maggiore.

L' elenco dei beni della CARTA PROMISSIONIS del 1082 descrive una superficie di 77 ettari compresa tra Merlate e Vernate, con propaggini che, costeggiando il grande spazio incolto della "Silva Amerlasca", giungevano sino al territorio dell' attuale frazione Moncucco.

Nel territorio vernatese, come in altre zone limitrofe, la forma tipica dell' agricoltura prevalente era quella che consociava la produzione dei cereali e quella del vigneto; la presenza del prato lascia argomentare che fosse diffuso l'allevamento, che del resto poteva contare sui pascoli delle terre comuni degli abitanti di Vernate e Merlate: il prato era soprattutto destinato al mantenimento di animali da lavoro e, in piccola parte, utilizzato per l' allevamento dei bovini da latte, il cui fabbisogno veniva ricavato anche dall'allevamento di ovini.

Nel XII secolo, molte delle terre elencate nella CARTA PROMISSIONIS passarono al monastero di Morimondo.

I primi monaci cistercensi francesi giunsero a Coronate il 10 ottobre 1134, preceduti dalla fama di solerti agricoltori e di bonificatori di terreni incolti, trovando per due anni ospitalità presso i nobili Rotofredo, Guidone e Wala, della famiglia dei da Besate.

Il 13 novembre 1136 si trasferirono a Faruciola, distante un chilometro da Coronate, verso ovest, dove più tardi fu edificato il monastero e la chiesa che ancora oggi ammiriamo.

Il motivo di passaggio fu determinato da ragioni di sicurezza, per sottrarsi alle vessazioni dei Pavesi.

E' però probabile che, accanto ai motivi strategici, l'offerta di terreni e di abitazioni più confortevoli abbia spinto i monaci a cambiare sede.

Il luogo dove oggi sorgono il monastero e la chiesa di Morimondo, nei documenti anteriori al 1136, è sempre chiamato Faruciola, ossia "piccola fara", toponimo di evidente origina longobarda. I proprietari dei terrieri di Faruciola erano i da Besate e un appezzamento di quelle terre era detto <<campus Fulcheii>>, "campo di Fulcherio", perché era del figlio di Anselmo da Besate, che aveva ereditato dal padre anche alcune terre poste nel territorio di Vernate.

 I monaci di Morimondo avevano però bisogno di una vasta estensione di terreno per realizzare il loro programma che prevedeva la costruzione del monastero e della chiesa, le cui rendite potessero essere sufficienti al sostentamento della comunità.

Questi beni pervennero ai cistercensi generalmente attraverso donazioni spontanee o attraverso contratti di acquisto legalmente stipulati.

L' edificazione del complesso monastico poté così iniziare poco tempo dopo il passaggio dei monaci a Morimondo proprio grazie alle donazioni dei devoti che, continuando ininterrottamente per tutto il secolo, fecero sì che tra il 1182 e il 1186 si iniziasse anche l' edificazione della chiesa intitolata alla Vergine.

Il "breve de terra" del 1185 è indicativo di quanta attenzione gli abati prestassero alla definizione e alla regolamentazione dei rapporti tra monastero e affittuari delle possessioni cistercensi.

In esso sono elencati tutti gli appezzamenti situati nei territori di Merlate e di Vernate, molti dei quali, stante la microtoponomastica, sembrano gli stessi descritti nella CARTA PROMMISSIONIS del 1082; differiscono, invece, per quanto riguarda l'estensione: molte porzioni più piccole, la più estesa delle quali non supera le 16 pertiche.

E' aumentato il numero dei sedimi-cassine, che ora sono cinque e, complessivamente, colto e incolto, realtà ambientali eterogenee, sono ancora presenti, conviventi in solidale armonia, anche se il primo sta assumendo netta preponderanza nel territorio, che appare colturalmente più organizzato, ma non più differenziato tipologicamente.

Le cascine non furono elementi di rottura con il paesaggio circostante, ma ne restarono piuttosto profondamente condizionate, diventandone esse stesse un'espressione significativa.

Accanto alla possessione cistercense la proprietà del territorio era appannaggio di ricche famiglie di estrazione nobiliare, come i da Besate, i Corvino, i da Casorate (o Casorati), gli Armanni, oppure di estrazione mercantile, come i Resta, i Morono, i da Binasco, che avevano possessi e beni immobili sparsi sul territorio e che, legatisi ai gruppi dirigenti cittadini, pur svolgendo la loro attività in città, acquistavano cospicue proprietà fondiarie, conseguendo anche, come i da Besate, il "dominatus loci".

Anche nel territorio vernatese, come avvenne in molti altri villaggi della pieve di Casorate, nel secolo XII si formarono comunità ispirate all' esempio delle grandi città di Milano e di Pavia, che avevano iniziato decisamente l'epoca dei liberi comuni dopo la vittoria di Legnano del 1176 che aveva provocato fatalmente la decadenza dell' autorità imperiale e dell' antico sistema feudale.

 Dalla metà del XII secolo i "vicini" di Vernate, di Merlate e di Pasturago, uniti dalla solidarietà fondata sulla terra, diedero origine ad organismi, i comuni rurali, con vincoli di solidarietà personale che legavano i rustici nella tutela dei loro interessi.

A Vernate le assemblee dei "vicini" si tenevano in un grande locale, detto <<aula>>, di "Curtis Pallatium"; qui, il 21 giugno 1195, Oglerio, console di Vernate, figlio del fu Benzone, originario del luogo, e Iacopo Donadeo, console di Merlate, davanti a Rogerio, abate del monastero di Morimondo, ai monaci Sclavo e Pietro e a Giovanni de Cozo, ordinarono, dopo aver attentamente esaminato gli atti e le testimonianze presentate dalle parti, che Giovanni de Cozo pagasse al suddetto monastero il fitto dovuto di 2 staia milanesi, metà di segale e metà di miglio, che da quattro anni non versava, pur essendo stato investito con regolare contratto di alcune terre situate nei territori di Vernate e Merlate di proprietà dei monaci.

IL FEUDO DI VERNATE

Moncucco,  con Calvignasco rappresenta un caso assestante,  non  avendo subito l'infeudazione toccata alle altre parti di Vernate.

Vernate  fu  infeudato il 16 settembre 1538 da Giovanni d'Adda  ma  lo stesso giorno lo rivendette per 495 lire a Giovanni Antonio Ferrari.

Nel  4aprile del 1533 il feudo passo a Francesco  Bernardino  Ferrari, fratello di Giovanni Antonio per la morte di quest' ultimo.

Nel 1755 venne attuata una riforma  delle comunità dello stato di Milano, che portò alla singola amministrazione di ogni singola frazione Moncucco, Coazzano e Pasturago.

PASTURAGO E LE SUE CASCINE

Pasturago e le cascine Mugna, Monte Rosso, Boschetto e Colombra  furono annessi al feudo di Binasco al quale apparteneva Porchera di Casarile. Il Feudatario fu Giovanni Battista Castaldi.

Il Castaldi morto nel 1571 e prese il feudo la sorella Livia.

Il  27 gennaio 1588 il feudo fu venduto per 20.080 lire a Pietro  Consalvo de Mendoza, ambasciatore del re di Spagna a Genova.

Il 9 febbraio del 1632 morto Carlo Mendoza e il feudo non fu  assegnato fino al 1643 quando fu ceduto a titolo di paga e liquidazione per il servizio svolto.

Nel 1649 il feudo fu venduto a Paolo Biumi per 24.000 lire.

Luigi Biumi figlio di paolo morto nel 1735.

Nel 1741 il feudo fu venduto per 19.200 ad Antonio Recalcati, nel 1800 ci fu l'ultima investitura del feudo a favore del figlio di Antonio Recalcati, Francesco.

DALL'INIZIO DEL XIX SECOLO AL 1945

Dal 8 giugno 1805 l'attuale ambito municipale era diviso in quattro comuni: Vernate, Moncucco, Coazzano e Pasturago, ognuno con la sua circoscrizione amministrativa, appartenente al Distretto II di Pavia.

La cascina Colombara era stata staccata da Pasturago ed aggregata a Casarile, con cascina Melone e Porchera  e risultavano cosi censite:

    Vernate con Merlate e cascina Valdimischia 360 abitanti;

    Moncucco con Morivione e Mulino Vecchio 360 abitanti;

    Coazzano con santa Caterina e Padullo 250 abitanti;

    Pasturago con Monte Rosso 290 abitanti;

 Poiché tutti i comuni avevano un numero di abitanti inferiore alle 3000 unità, costituivano, dei comuni di III classe;in essi si aveva  una Municipalità ed un Consiglio comunale.

Il consiglio comunale era formato da un massimo di 15 membri .

Con l'avvento del Regno Lombardo-veneto, Vernate, Moncuco, Coazzano e Pasturago furono assegnati alla provincia di Pavia, distretto VI di Binasco (disposizione dell'anno 1816), essendo venuti a cadere i dipartimenti ed i cantoni tipici dell'amministrazione napoleonica.

Tra il 1847 e il 1849 la popolazione del territorio risultava cosi suddivisa tra i quattro comuni e relative cascine :

    Vernate 349 abitanti di cui 102 "collettabili";

    Moncucco 468 abitanti di cui 147 "collettabili";

    Coazzano 376 abitanti di cui 108 "collettabili";

    Pasturago 343 abitanti di cui 89 "collettabili";

 Un totale di 1.536 abitanti,dei quali 426 erano soggetti ad esazione fiscale.

Per razionalizzare ed accentrare l'amministrazione locale, al fine anche di esercitare su di esse un più efficace controllo governativo mediante le prefetture, Vernate, Moncucco, Coazzano e Pasturago, furono unificate in un solo comune con regio decreto del 1870, ma i primi atti amministrativi della nuova realtà territoriale avvennero solo nel 1871, dopo lo svolgimento delle elezioni.

La sede del nuovo municipio fu fissata in Vernate, che diede il nome della circoscrizione comunale: Moncucco, Coazzano e Pasturago divennero frazioni.

Durante il periodo fascista, Vernate ebbe alla sua guida, nel 1922, un commissario prefettizio, il dott.Filippo Bonatelli; dal 1923 al 1926 ritornò ad essere sindaco Pietro Magnes, che già era stato capo del comune nel quinquennio 1917-1922; quindi, dal 1926 al 1945 ebbe tre podestà: Isidoro Cornalba, Giuseppe Andreoni e Giovanni Moro.